Investire o aspettare il momento giusto? Cosa ci insegna la storia dei mercati
Data pubblicazione: 17 settembre 2026
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“Aspetto che il mercato scenda e poi investo.”
È un pensiero che, almeno una volta, è probabilmente passato nella mente di molti investitori.
Quando i mercati salgono per mesi e raggiungono nuovi massimi, può sembrare naturale pensare che sia meglio aspettare. L'idea è semplice: evitare di comprare quando i prezzi sono elevati e utilizzare la liquidità quando arriverà una correzione.
Ma quanto è davvero efficace questa strategia?
Un interessante esperimento basato su oltre 50 anni di storia dell'indice azionario mondiale in euro prova a rispondere proprio a questa domanda, mettendo a confronto quattro investitori molto diversi tra loro.
Quattro investitori, una stessa domanda
L'esperimento parte da una situazione identica per tutti: ogni investitore dispone di 100 euro al mese da destinare al proprio futuro finanziario.
Il primo è Marco, l'investitore metodico. Investe 100 euro ogni mese, indipendentemente da quello che sta succedendo sui mercati.
Non importa se la Borsa è ai massimi, se sta correggendo o se i giornali parlano di una nuova crisi: Marco continua ad investire.
È, in sostanza, un piano di accumulo.
La seconda è Giulia, il sogno di ogni investitore.
Anche lei mette da parte 100 euro al mese, ma non li investe subito.
Aspetta.
La differenza è che Giulia possiede una sorta di “palla di vetro”: riesce sempre a individuare il minimo esatto del mercato e investe proprio in quel momento.
Il terzo è Luca, probabilmente il personaggio nel quale molti investitori possono riconoscersi.
Anche Luca aspetta il momento giusto, ma non sa quando arriverà.
Ogni mese mette i suoi 100 euro su un conto remunerato e aspetta un'occasione che gli sembri sufficientemente sicura per entrare.
Il problema è che quel momento continua a non arrivare.
Infine c'è Chiara, l'esatto opposto di Giulia: investe regolarmente, ma ha una sfortuna incredibile e riesce sempre a comprare nel momento peggiore dell'anno, cioè sul massimo.
Eppure, anche Chiara ottiene un risultato sorprendentemente vicino a quello di Marco.
Marco contro Giulia: il timing perfetto funziona?
Partiamo dal confronto apparentemente più semplice.
Marco investe ogni mese. Giulia aspetta e compra sempre sul minimo.
In teoria, non dovrebbe esserci partita.
E infatti Giulia ottiene un risultato migliore.
Nell'esempio relativo ai 20 anni analizzati, entrambi versano complessivamente 24.000 euro.
Alla fine:
- Marco: circa 83.400 euro
- Giulia: circa 85.000 euro
Giulia ha quindi ragione.
Ma c'è un dettaglio fondamentale.
Per ottenere quel risultato ha dovuto indovinare perfettamente tutti i minimi del mercato per 20 anni consecutivi.
Il vantaggio finale è di circa 1.600 euro, poco meno del 2%.
In altre parole, una capacità di previsione praticamente impossibile da replicare nella vita reale produce un vantaggio relativamente contenuto rispetto a chi ha semplicemente investito con costanza.
E il risultato diventa ancora più interessante quando si osserva quanto tempo Giulia abbia effettivamente passato fuori dal mercato.
Il problema dell'attesa
Nel periodo analizzato, Giulia ha mantenuto la liquidità fuori dal mercato per circa il 90% del tempo.
Questo è probabilmente il dato più importante dell'intero esperimento.
Perché aspettare un ribasso può sembrare una scelta prudente, ma c'è un problema: non sappiamo quando arriverà il ribasso.
I mercati non passano la maggior parte del tempo in caduta.
Anzi, nella storia analizzata, i periodi di crescita sono stati molto più frequenti delle grandi crisi.
Le correzioni profonde, inoltre, sono eventi relativamente poco frequenti.
Una discesa di almeno il 20% dal massimo si è verificata mediamente circa una volta ogni 11 anni, mentre una discesa superiore al 25% circa una volta ogni 14 anni.
Questo significa che un investitore che decide di rimanere fuori dal mercato in attesa del “grande ribasso” potrebbe aspettare molto più a lungo di quanto immagina.
Nel frattempo, però, il mercato potrebbe continuare a salire.
Ed è proprio questo il costo dell'attesa.
Luca: quando aspettare diventa una trappola
Il caso di Luca porta il ragionamento all'estremo, ma proprio per questo è particolarmente interessante.
Luca vuole investire.
Non è contrario ai mercati.
Semplicemente vuole essere sicuro di entrare nel momento giusto.
Nel 2008 arriva il crollo e sembra finalmente arrivata l'occasione.
Ma Luca pensa: “E se scendesse ancora?”
Poi il mercato riparte.
A quel punto, però, i prezzi gli sembrano nuovamente troppo elevati.
Arriva il 2020, con il crollo legato alla pandemia.
Nuova occasione?
Ancora una volta Luca aspetta.
La ripresa è rapidissima e, quando il mercato torna a salire, sembra nuovamente troppo caro.
Il meccanismo si ripete.
Alla fine dei 20 anni, Luca ha versato gli stessi 24.000 euro degli altri investitori, ma il suo capitale è inferiore ai 30.000 euro.
Marco, invece, supera gli 83.000 euro.
La differenza è superiore a 50.000 euro.
Non perché Luca abbia scelto investimenti peggiori.
Non perché abbia perso denaro in Borsa.
Semplicemente perché non è mai riuscito a trovare un momento abbastanza giusto per entrare.
E se comprassimo sempre nel momento peggiore?
Qui arriva forse la parte più sorprendente dell'esperimento.
Chiara investe regolarmente, ma ha una sfortuna quasi assoluta: ogni anno compra proprio nel momento peggiore, cioè sul massimo.
Sembra quindi la situazione peggiore possibile per chi investe.
Eppure, dopo 20 anni, Chiara si ritrova con circa 78.000 euro.
Marco è intorno agli 83.500 euro.
Luca, invece, è sotto i 30.000.
La differenza è enorme.
Questo ci porta a una considerazione importante:
non conta soltanto il momento in cui entri nel mercato. Conta soprattutto il fatto di entrarci e rimanerci per un periodo sufficientemente lungo.
Il vero valore del tempo
Il messaggio dell'esperimento non è che il timing perfetto non possa funzionare.
Se avessimo davvero la capacità di conoscere in anticipo ogni minimo del mercato, naturalmente sarebbe possibile ottenere risultati migliori.
Il problema è che nella realtà nessuno possiede questa capacità.
E anche sbagliare di poco può cambiare completamente il risultato.
Nell'esperimento, quando a Giulia viene tolta la sua capacità di individuare esattamente il minimo e le viene fatto sbagliare l'ingresso di appena due mesi, il vantaggio nei confronti di Marco si riduce drasticamente.
Su periodi di 10, 20 e 30 anni, Marco torna davanti nella maggior parte dei casi.
Il motivo è semplice: il mercato può continuare a salire molto più a lungo di quanto immaginiamo.
Ma allora la liquidità non serve?
Qui è importante fare una distinzione.
Il messaggio non deve essere interpretato come:
“Bisogna essere sempre investiti al 100%.”
Nella gestione di un patrimonio reale, la situazione può essere molto diversa.
Personalmente, anche nel lavoro con alcuni clienti, mi è capitato di ritenere opportuno, soprattutto in alcune fasi in cui i mercati si trovavano su livelli particolarmente elevati, mantenere una quota di liquidità sempre disponibile.
Ma la logica è completamente diversa dal tentativo di prevedere il prossimo crollo.
Non si tratta di dire:
“Vendo perché il mercato è salito troppo e sicuramente scenderà.”
Si tratta piuttosto di avere una riserva di liquidità con una funzione precisa.
Quella liquidità può infatti consentire di avere capitale disponibile da investire nel caso in cui si verifichi una correzione significativa.
In questo modo non si cerca necessariamente di indovinare il massimo e nemmeno il minimo.
Si costruisce invece una strategia che prevede prima come comportarsi quando il mercato attraverserà una fase di ribasso.
È una differenza importante.
La liquidità deve avere un piano
Mantenere liquidità può quindi avere senso, ma a una condizione: deve essere inserita all'interno di un piano.
Il rischio è infatti quello di trasformare una scelta temporanea in una posizione permanente.
Se mantengo liquidità perché penso che il mercato sia troppo caro, cosa farò se continua a salire?
E soprattutto: quando deciderò che il ribasso è sufficientemente importante per rientrare?
Sono domande alle quali è meglio rispondere prima della correzione e non quando i mercati stanno scendendo rapidamente.
Per questo, quando si decide di mantenere una quota di liquidità, può essere utile stabilire preventivamente delle regole: quale percentuale mantenere, in quali condizioni utilizzarla e come eventualmente distribuirla durante una fase di ribasso.
La liquidità, in questo caso, non è semplicemente denaro “fermo”.
È una riserva strategica.
Il caso delle somme investite tutte insieme
C'è poi un'altra distinzione importante.
L'esperimento riguarda soprattutto il denaro che viene risparmiato mese dopo mese.
Ma cosa succede quando ci troviamo improvvisamente davanti a una somma importante?
Un'eredità, una liquidazione, la vendita di un immobile o semplicemente una disponibilità finanziaria già presente sul conto.
In questi casi la questione cambia.
Il denaro esiste già e bisogna decidere come investirlo.
Dal punto di vista statistico, rimandare indefinitamente l'investimento in attesa del momento perfetto può comportare un costo importante, perché nel frattempo il capitale rimane fuori dal mercato.
Anche in questo caso, quindi, più che cercare di prevedere il futuro diventa fondamentale definire una strategia coerente con gli obiettivi, l'orizzonte temporale e la tolleranza al rischio dell'investitore.
La lezione più importante
L'esperimento raccontato porta a una conclusione che può sembrare banale, ma che nella pratica è tutt'altro che semplice da applicare:
il momento preciso in cui entriamo nel mercato conta meno del tempo che riusciamo a rimanerci.
Giulia, con il suo timing perfetto, riesce effettivamente a fare meglio di Marco.
Ma Giulia non esiste.
Luca, invece, esiste eccome.
È l'investitore che aspetta, rimanda, cerca conferme e continua a pensare che il momento giusto arriverà.
Il rischio è che quel momento non arrivi mai.
E allora forse la domanda corretta non è:
“È il momento giusto per investire?”
Ma:
“Qual è il modo più coerente per investire in base ai miei obiettivi e come voglio comportarmi quando arriveranno inevitabilmente le fasi di volatilità?”
Perché i mercati possono raggiungere nuovi massimi, possono correggere e possono attraversare anche lunghi periodi difficili.
Quello che non possiamo sapere in anticipo è quando accadrà.
Possiamo però decidere prima come comportarci.
Ed è proprio qui che la consulenza può fare la differenza: non nel tentativo di prevedere il prossimo movimento del mercato, ma nella costruzione di un piano che permetta di affrontarlo con maggiore disciplina e consapevolezza.
Il mercato non ci chiede di indovinare il giorno perfetto. Ci chiede soprattutto di avere un piano e di riuscire a rispettarlo.
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